4.7.09
P4C Battiato Sperimentale Special | Oggi alle 19 su www.radioflo.it
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Poesia Pop - Lo Spam
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2.7.09
29.6.09
P4C Bjork Special | www.radioflo.it Lunedì alle 18
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Andy Violet
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17.6.09
Valentine: scambio critico con C.Cercolo Zagni
Carlo: bello ... lungo (30 min) surreale alla Calvino ... se questa è la prima stesura necessita di pulizia ... non mi piace lo stile che trovo barocco a volte eccessivo e rende alcuni punti non chiari ... mi piace l'idea e cmq l'architettura è ben costruita ... cede un po' nel finale dove il messaggio che vuoi lasciare viene travolto dall'urgenza di volerlo comunicare ... nel complesso un po' algido ma va bene visto che è surreale ... complimenti e lavoraci ancora sopra ...
Andy: Grazie Carlo. Lo stile è volutamente barocco,perch... Visualizza altroé vuole adattarsi alla concezione che Renato ha inizialmente della scrittura, limitata alla sola forma: per lui sono solo parole, nel senso di grafemi, per quasi tutta la storia, finché Valentine non lo costringe a collegare le parole con la cultura, cioé con il saper vivere. Sono d'accordo anche sul calo di suspance, devo sicuramente rivedere gli ultimi due capitoli che procedono un pò troppo a precipizio, ma anche in quel caso l'idea era di opporre l'indolenza del quieto vivere iniziale con l'adesione dinamica all'esistenza che pervade il finale.
Carlo: oki allora non è chiaro il concetto nella fase iniziale dove si diluisce troppo ... Valentine riporta Renato alla realt... Visualizza altroà della quotidianità (le scritte sugli oggetti) per poi rigettarlo nel fantastico (l'avversario di Marco, di destra, ma non siamo stati informati che Marco è di sinistra, o mi è sfuggito)...l'opposizione quieto vivere dinamica dell'esistenza è tra le righe ... la percezione globale è quella di una corsa forsennata al traguardo .... preferisco un'esposizione equilibrata per un racconto, che abbia un suo percorso narrativo scalare, non importa in quale senso, che verta verso il messaggio principale fulcro della narrazione proprio perchè racconto...
Andy: la corsa c'é, avevo concepito Renato come ill corridore di una staffetta inconsapevole, di cui Valentine è il testimone: prendendola, Renato deve per forza iniziare a correre, anche se all'inizio pare voglia abbandonare la pista. Inoltre, la curva imposta da Valentine, avvicina Renato alla realt... Visualizza altroà, come tu stesso hai fatto notare, o verità, usando la parola esatta del racconto, ma solo per fargli scoprire che la verità è stabilita da criteri culturali, in cui la cultura non è la memorizzazione di lemmi che conosceva Renato, ma il processo relazionale di creazione di significato. Se ci fai caso, Renato sfiora l'abisso del totalitarismo quando cerca di usare il potere di Valentine per affermare "la verità", atto a cui Valentine reagisce mostrando che ogni essere umano è una pagina, cioé "supporto del pensiero". A quel punto entra in scena Marco, che diventa l'Altro per antonomasia,e imparare a scrivere, mano su mano, diventa la metafora della creazione di un senso condiviso. In un certo senso, anche provocatoriamente, Renato e Marco sono due Adamo ed Eva non genetici.
Carlo : ops ... prende una piega futurista? ... il barocco sovvertiva le regole classiche ... indi per cui ( :D ) Andy sovverte le fandonie cristiane... cmq qst ultimi chiarimenti sono esaustivi e qst chiave di lettura è decisamente + apprezzabile allora la domanda è: il racconto è rivolto al pubblico? e se la risposta è affermativa la domanda che ne consegue è:quale pubblico? ... poi possiamo disquisire sulla verità stabilita da criteri culturali ... ma qst è un altro discorso.
Andy: Ottime entrambe le domande: se ti dico che un racconto per scrittori mi troveresti troppo pretenzioso? In questo senso diventa un racconto metanarrativo: scrive della scrittura, sul ruolo e sul senso della scrittura. E' una variante della domanda che molti alunni mi fanno: Prof, ma a che serve leggere? Io ho cercato di affrontarla dal punto di vista interno alla scrittura: è più facile spiegare perché si scrive (i giovani che diventano diari), e specularmente dare senso alla lettura.
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14.6.09
Valentine: racconto a puntate.

Cap IV
Io mento
Pochi mesi dopo, Marco decise di entrare in politica. Un sogno coltivato da tempo, cui Renato non mancava mai di esprimere il proprio dissenso. Non che si interessasse poco alla cosa pubblica, ma il timore che il lordume del politicante potesse sporcare la coscienza cristallina di Marco gli faceva orrore. “Coscienza cristallina io? Si vede che non conosci bene l’animo umano” gli diceva Marco ogni volta che Renato esprimeva questo suo timore, che a volte poteva suonare come scarsa fiducia nella forza morale dell’amico, destinata a soccombere alla prima lusinga malevola del mondo. L’innocenza di Marco gli sembrava l’unico sigillo in grado di preservare anche la propria, e come per tutti i tesori, ne sopravvalutava la fragilità. C’era inoltre un altro pericolo che spaventava Renato: sapeva bene che prima o poi la loro relazione sarebbe stata strumentalizzata, ritorta contro di loro come un abominio, e usata come scudo anche dall’ultimo dei candidati, macchiatosi di chissà quali vergogne, ma piamente eterosessuale e riproduttivo.
All’indomani dell’inizio della propaganda elettorale, tali timori non si rivelarono infondati: gli avversari di Marco improntarono la loro campagna sullo svilimento della figura del professore, chi in maniera più subdola, chi in maniera teatrale, con tanto di insulti e umiliazioni. Marco minimizzava, soprattutto in presenza di Renato, anche se la portata degli attacchi cominciava a preoccupare anche lui.
La sera della sua prima tribuna politica televisiva, Marco pregò Renato di non seguirlo agli studi, temendo di stare sul punto di immolarsi ad un massacro mediatico. Renato assistette da casa propria, incassando i colpi bassi diretti all’amico come fosse lui stesso il bersaglio, finché, vinto da una rabbia mai provata prima, spense il televisore strappando la spina dalla corrente. Nel cercare con lo sguardo qualcosa che potesse fracassare senza pentirsene, lo sguardo cadde sulla sua fedele Valentine: quasi come se l’avesse sentita parlare, la sua amica bianca gli aveva suggerito un’idea incredibile, forse maligna, ma irresistibile. Placato come solo sa essere chi ha intravisto la vendetta, Renato riallacciò il televisore alla corrente, e si avvicinò lentamente al tavolo, mentre nelle orecchie sentiva ancora i ridolini che in studio accompagnavano le battutine del Cavalier Dominici, l’integerrimo candidato di destra, mentre ironizzava su certe preferenze del proprio avversario. Renato sostò in piedi, con la macchina sotto le sue mani, rivolto con le spalle alla televisione: quando sentì la voce sguaiata del Cavaliere riempirsi di promesse nell’arringa finale, batté una riga sulla Valentine e si voltò di scatto, come per vedere dove fosse finita la pietra che aveva lanciato dietro le spalle. Mentre Dominici parlava della sacralità della famiglia, dell’onestà dei dirigenti, e del valore della patria, una scritta plumbea, simile all’henné, si formò incerta sulle rughe della sua fronte calva e sudaticcia. La telecamera impietosa puntò dritta tra le sue sopracciglia, attendendo che le parole si mettessero a fuoco, finché nitida e asciutta come una sentenza comparve la frase: “IO MENTO”. Il Cavaliere non si accorse di nulla, se non di un leggero prurito sulla fronte, finché non vide il pubblico, fino a qualche minuto prima attento e accondiscendente, parlare animatamente, e nascondere malamente risate sempre più forti. Distolse allora lo sguardo dalla telecamera, e vide il suo volto flaccido nello schermo, incornato da quella scritta infamante: si mise le mani alla fronte, cercando di strofinare via quelle lettere, imprecando e minacciando denunce, finché non fu costretto ad uscire dallo studio. “Io non so che dire, chiedo scusa al pubblico, ma non so cosa sia successo”, tentava di giustificarsi il conduttore, che era stato il primo ad accorgersi della strana apparizione, essendo il più vicino al Cavaliere.
Renato si sentiva come un poliziotto a cui fosse partito per sbaglio un colpo dalla pistola. Non poteva dirsi contento di quello che aveva fatto, ma nel suo profondo non riusciva nemmeno a rimproverarsi, perché sentiva di aver fatto trionfare, per una volta, la verità. I suoi pensieri furono interrotti dallo squillo del telefono:
“Pronto, Renato? Rena’, hai visto che è successo? Una cosa assurda”. Marco gli parlava tutto concitato, a metà tra il riso e la preoccupazione. “Si, ho visto. Davvero assurda” replicò Renato.
Assurdo. Era assurdo che la verità decidesse di venire fuori da sola, dopo di millenni di ricerche, di filosofie, di religioni. Era bastata solo una scritta sulla maschera. Per tutta la notte Renato pensò al potere della parola che gli era stato conferito, e che aveva sottovalutato per tanti mesi, e iniziò a immaginare che in quello strumento all’apparenza insignificante fosse confluita la corsa secolare dell’intelletto umano verso la verità : nella sua Valentine c’erano Copernico e Galileo, la mela di Newton, le scimmie di Darwin, tutti i libri bruciati da Hitler, c’erano le borse del ragazzo di Tian’anmen , e molto altro ancora. La parola negata, strappata, cancellata, prendeva ora il sopravvento, scrivendosi su ogni cosa, rivelandone l’essenza.
V
Addio
“Domattina parto per Roma. Forse ho trovato un editore”. Una frase stringata, detta tutta d’un fiato da una voce irriconoscibile nel nastro della segreteria, tra un messaggio di un giornalista e uno di insulti, informò Marco che quella mattina avrebbe fatto colazione da solo. I giornali riportavano quasi tutti in prima pagina l’incidente occorso al Cavalier Dominici, raccontata con dovizia di particolari, e ricostruita, fotogramma per fotogramma. C’era chi pensava ad un trucco televisivo, chi ipotizzava un hacking al canale, chi a una mossa pubblicitaria dello stesso Cavaliere, che nella notte era stato ricoverato in stato di choc, finché la scritta non si era dileguata, schiarendosi poco a poco e non lasciando nessuna cicatrice. Renato, a bordo del treno, sentiva gli altri passeggeri parlare dell’incredibile fenomeno, sfogliando tranquillo il suo quotidiano. Accanto a se, la sua Valentine bianca aveva trovato posto in un vecchio borsone.
Roma era fredda. Fredda e piccola, più piccola di come appariva nelle foto o in televisione. Non aveva il fascino che uno si immagina, se non per il rumore dei propri passi, che è più facile da ascoltare. Renato infilò il viottolo che portava a piazza San Pietro, e vi giunse in pochi minuti: si guardò attorno, ed ebbe la sensazione che niente fosse a posto. Le persone, i tavoli, i piccioni, i lampioni, sembravano innestati a viva forza nel terreno, non si appartenevano. Forse era perché non riusciva a trovare una posizione comoda sulla panchina di pietra che aveva scelto. Posò accanto a sé Valentine, tenendola premuta contro il suo fianco, come temendo un furto, mentre non sapeva dove posare gli occhi, che non sembravano più in grado di fissare nulla. Erano le dieci del mattino dell’ultima domenica di novembre. Piazza San Pietro stava per riempirsi di una folla di pellegrini, fedeli della messa domenicale, in attesa dell’Angelus del Papa, che affacciato alla sua finestra, avrebbe lanciato nuovamente il cappio dei suoi dogmi sui cani ammansiti dalla fede. Renato entrò in bar, e si sedette di fronte alla telesione, montata in alto, in un angolo: chiese di poterla accendere sul canale che trasmetteva l’omelia, e il barista, facendosi il segno della croce, annuì. Quando il Papa apparve, benedicendo la folla, Renato sguainò Valentine, come uno spadaccino sfodera la spada. Sulla facciata del Laterna, di fronte ai fedeli attoniti, appariva un messaggio di Dio: “Nessun uomo può parlare nel mio nome”, e sulla fronte di ogni prete, di ogni vescovo, cardinale o suora, la verità affiorò di nuovo col suo motto: “IO MENTO”.
Renato stava per mettere via Valentine, sorridendo beffardo in mezzo alla folla incredula, quando con la coda dell’occhio, vide nel riquadro lampeggiante del televisore la figura bianca del papa gettarsi dal balcone. Non si sentì alcun tonfo, nessun grido perforò l’aria perfetta della domenica. Dove il corpo aveva toccato terra, c’era solo carta stropicciata. Renato corse fuori, per vedere con i suoi occhi ciò che stava accadendo, solo per accorgersi che ogni cosa attorno a lui non era che carta: i bambini erano fogli a righi piccoli, da prima elementare; i giovani, fogli di diario, colorati, vivaci, scritti fitti in ogni angolo; gli uomini razionali erano divenuti fogli a quadretti, quelli disperati a righe, quelli liberi fogli bianchi.
Renato si sentì prendere un braccio: era la mano calda di Marco. “Che… che cosa ho fatto?” Marco gli sorrise: “Hai fatto affiorare la verità. Ma non preoccuparti, ogni volta che succede, basta solo iniziare daccapo”. Così dicendo, Marco mise in mano a Renato una penna nuova: “Scrivilo tu il nuovo mondo”
“Ma io non so scrivere”. Marco gli sorrise, con il volto sereno di ha visto succedere tante cose, e pose la sua mano sopra quella tremante di Renato, che a stento reggeva la penna: “Imparerai” gli sussurrò.
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Valentine: racconto a puntate.

Cap IV
L’euforia per il nuovo gioco magico non fu però tale perché il metodico e abitudinario Renato si dimenticasse dei suoi impegni quotidiani, tra i quali c’era la piacevole abitudine di fare colazione con l’amico Marco al caffè universitario. Renato dunque si alzò, seppure a malincuore, dalla scrivania, e andò a prepararsi: si rasò con un rasoio su cui aveva scritto l’incipit della Divina Commedia e si lavò i denti con uno spazzolino marchiato con il finale di Paradiso Perduto. Uscendo, chiuse bene a chiave la porta, quasi intristito dal fatto che al suo ritorno le scritte che abbellivano la sua casa sarebbero già state rimosse dalla fine dell’incantesimo, pur pregustando l’idea di riscrivere sulle pareti le sue citazioni preferite.
Attardato dal gioco magico che aveva appena scoperto, per la prima volta in tanti anni, quella mattina Renato arrivò in ritardo all’appuntamento con Marco, che già da ben cinque minuti aspettava seduto al bar. Quando vide il pastrano liso del suo amico avvicinarsi in tutta fretta alla vetrina del caffè, Marco tirò un sospiro di sollievo, e si alzò a braccia tese per salutarlo:
“Sei qui finalmente, ti avevo già dato per disperso”
Renato sorrise, baciò Marco sulle guance e, come di consueto, gli sistemò il bavero della giacca, un gesto che negli anni ripetava più per affetto che per reale necessità. Marco, infatti, un signore di cinquant’anni, appena ingrigito, era forse l’unico reale affetto di Renato, che lo aveva amato sin dagli anni dell’università. Fu Marco stesso ad avvicinarlo, perché aveva sentito parlare di un brillante studente incapace di scrivere, e fu forse il primo a cadere nella trappola del fascino paradossale di Renato. Di contro, Marco possedeva una grafia invidiabile, piccola e regolare, leggermente inclinata a destra, sbalorditiva nell’esattezza con cui replicava esattamente ogni lettera ad ogni nuova parola: anche per questo entrambi pensavano che la loro fosse una relazione speciale, basata su una rarissima complementareità speculare. “A cosa dobbiamo l’onore di assistere ad un tuo ritardo, René?”, disse Marco, chiamando il suo amico col nomignolo che da trent’anni gli aveva appioppato contro la sua volontà, “sai che ora ho per le mani uno scottante materiale da ricatto?”, continuò, mentre frugava nelle tasche della giacca grigia in cerca di un sigaretta. “Ricattarmi per la mia umanità? In effetti è l’unico motivo di vergogna che mi viene in mente”, rispose argutamente Renato, che era abituato alle punzecchiature del professore universitario. Immersi nei loro sorsi, un breve silenzio occupò lo spazio lucido del tavolo, su cui Marco, senza successo, faceva cadere grumi di scintille dal suo accendino ormai vuoto, finché non vide due dita protese verso di lui offrirgli un cerino fumante. René, improvvisato tedoforo, incrociando lo sguardo di Marcosi fece serio, e fece una domanda inaspettata, che colse l’amico nel mezzo di una boccata:
“Tu credi nell’impossibile?”
“Ovvio”, fece Marco, posando la tazza, in cui il caffè ondeggiava pericolosamente lambendone i bordi, “la fede nell’impossibile è l’unico sprone al progresso. Per gli antichi solo Icaro seppe volare, mentre oggi lo facciamo tutti su British Airways.”
“Ma io intendo una cosa logicamente impossibile”, precisò Renato, che non parve cogliere l’intento canzonatorio di Marco, “un evento che non esiteresti a definire miracoloso”
“Come la stimmata di un santo?”
“Si, ecco, proprio come un miracolo cristiano”.
Marco finì con calma il suo caffè, mettendosi poi a giocare con l’orlo dorato della tazza, su cui faceva scivolare il polpastrello umido:
“Aristotele diceva che il movimento dei corpi nello spazio è sostenuto dall’aria. Secondo lui nel vuoto non poteva esserci movimento. Galileo ha dimostrato che si sbagliava. Poi è venuto Einstein, e ha spiegato cose che Galileo non riusciva a spiegare. In tutti questi casi, ogni successore doveva rifarsi a nuove logiche. Quel che intendo dire è che secondo me non esistono miracoli in sé, ma solo eventi che esulano da una logica. Il filosofo Hume diceva che non possiamo essere sicuri che domani il sole sorgerà, eppure confidiamo nel fatto che succeda perché è sempre stato così. La nostra logica è un’abitudine, ma il fatto che il fuoco faccia bollire l’acqua, in termini assoluti, non è meno assurdo della trasfigurazione di Cristo. Capisci cosa intendo?”
Renato fece un cenno con il capo. La risposta di Marco voleva essere provocatoria, voleva destare il disappunto del suo amico, che definiva ragionamenti del genere sofismi senza nerbo, ma stavolta René non poté che annuire: ciò che gli era successo non gli consentiva di controbattere, e il professore di filosofia annotò mentalmente questa mancata reazione come la seconda cosa strana della giornata.
La colazione si concluse, come di consueto, velocemente, per gli impegni accademici di Marco, che non gli consentivano di indugiare troppo al mattino. Renato rimase invece ancora un quarto d’ora seduto al tavolo del bar, come era sua abitudine, per fumare l’unica sigaretta della giornata e buttare ogni tanto l’occhio sui titoli dei giornali. La voglia di tornare a casa lo prendeva a ondate, con insistenza, ma vi poneva freno il desiderio di attendere il tempo necessario perché ogni scritta sparisse: se al mattino, però, l’idea era quella di riabbellire di citazioni colte le pareti della sua spoglia casa, ora l’entusiasmo cominciava a cedere al turbamento per un evento inspiegabile, per quanto innocuo. Ripensava alla risposta di Marco: ogni volta che la ripeteva in mente, gli pareva sempre più plausibile e adatta al suo caso. La magia a cui aveva assistito non era una vera magia, ma una normalità a cui nessuno aveva fatto ancora caso, come nell’antichità si ritenevano magici il magnetismo e le aurore boreali che oggi sono scienza. Renato ora ne era sicuro: di lì a pochi anni qualcuno si sarebbe accorto del fenomeno, l’avrebbe brevettato, e sarebbe divenuta una quotidiana abitudine poter scrivere su lettere già recapitate o su libri bianchi già posti in esposizione. Ma poi perché attendere che lo facesse qualcun altro? Per qualche minuto René accarezzò l’idea di essere il pioniere della nuova arte della scrittura, ma dovette ridimensionare subito le sue ambizioni: sapeva forse usare la macchina miracolosa, ma non aveva affatto idea del principio su cui si basava, e non sarebbe stato in grado di riprodurla in alcun modo.
Passeggiando verso casa, Renato si fece d’improvviso una domanda che assommava tutte le incertezze e i dubbi che si stavano affollando nella sua mente riguardo a quella strana macchina da scrivere: in fondo, a cosa gli sarebbe mai servita una macchina che scrive a distanza, se non forse solo a distruggere d’un colpo il servizio postale? A pensarci bene, era un ben misero miracolo il suo: se avesse potuto guarire malattie incurabili o resuscitare i morti, non avrebbe esitato a usare quel dono per migliorare il mondo. Ma lui poteva scrivere sugli oggetti, nient’altro. La proverbiale pragmaticità di Renato aveva cominciato a corrodere le insensate speranze da cui per tutta la vita era fuggito in nome di una piena aderenza alla concretezza della vita, ma che un evento eccezionale era riuscito, per una sola notte, a riaccendere persino nella sua mente. Così, la voglia di cesellare sui mobili di casa nuove frasi celebri venne del tutto meno: tornato a casa, René prese la decisione di non ripetere l’esperienza, e di concentrarsi più seriamente sul suo nuovo romanzo. Doveva semplicemente evitare di usare i caporali, sostituiti da più sobrie virgolette, e nessun’altra stramberia l’avrebbe distratto: avrebbe usato l’insolita capacità di Valentine come promemoria, ricorrendovi solo se, per sventura, avesse terminato la risma di fogli nel cuore della notte, quando le cartolerie sono chiuse e la fantasia non può attendere.
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13.6.09
Valentine: racconto a puntate.
Dunque, il nome sulle tende era scomparso. Renato guardò la sveglia: erano le sei e trenta del mattino, e, a quanto ricordava, l’ultima volta che aveva visto l’orario la sera prima dovevano essere le undici. C’erano volute allora non più di sette ore e mezzo perché la scritta magica scomparisse, senza lasciare traccia alcuna, cosa che infuse ad Renato un certo sollievo, non foss’altro per non essere costretto a lavare le tende. Dopo essersi versato una tazza di caffè stantio, si avvicinò di nuovo a quella che si era ormai rivelata come una sorta di macchina magica, della quale almeno voleva capire il meccanismo di funzionamento. Riguardò il punto del foglio in cui avrebbe dovuto esserci il nome Mark, segnato tra caporali come era solito fare quando introduceva il discorso diretto dei suoi personaggi: lì lo spazio era rimasto vuoto, come quando l’incantesimo si era manifestato. Era evidente, pensò, che solo il testo compreso tra quei particolari segni grafici veniva lanciato sugli oggetti. Provò dunque a scrivere <
Preso dall’euforia, Renato cominciò a effettuare prove su prove, scarabocchiando su tutti gli oggetti di casa con quell’insolito metodo di scrittura. Fece così altre scoperte interessanti: il testo sembrava adattarsi allo spazio fornito dalla superficie degli oggetti, estendendosi il più possibile, ma evitando sempre di spezzare a metà le parole; la macchina era anche in grado di distinguere il colore dell’oggetto su cui sarebbe comparsa la parola, variando da sé la tonalità dell’inchiostro, perché il contrasto rendesse in ogni caso nitida la lettura, al punto di far comparire scritte bianche sugli oggetti neri. Prova dopo prova, Renato cominciò a divertirsi: gli sembrava di giocare con una variante dei cubi alfabetici che maneggiava da piccolo, perché anche allora, a pensarci bene, lasciava parole in giro per casa.
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Valentine: racconto a puntate.
Attrazione Fatale
Non era facile come aveva supposto: l’abitudine, che aveva accomodato le sue dita alla forma della sua antica compagna, era difficile da contrastare. Ogni prova sulle nuove macchine gli dava una fastidiosa sensazione di innaturalità, vuoi per la diversa posizione delle dita, vuoi per il suono diverso dei martelletti, perfino per la diversa resistenza dei tasti alla pressione, a volte troppo molli, a volte troppo duri. Renato sembrava maneggiare le macchine da scrivere come un medico i fianchi di un paziente affetto da appendicite, alla ricerca di un difetto, di un’imperfezione fatale che, scoperta troppo tardi, avrebbe compromesso irrimediabilmente il buonumore dei giorni d’ispirazione. Al terzo giorno di ricerche, una Remington cromata parve sedurlo coi suoi riflessi argentei, ma le lettere in rilievo sui tasti lo scoraggiarono dal cedere del tutto, per il timore di ritrovarsi, dopo una sola mattina di battiture, con le dita segnate e doloranti per via della superficie sconnessa; anche una Brother, di plastica vellutata, color carne, solleticò la sua vista, per poi deluderlo come certe bellissime donne che non dovrebbero mai parlare: il suono che ne usciva, infatti, era più simile ad una mitragliatrice che al pacato ticchettio di un metronomo. Dopo lunghi ed infruttuosi giri per i negozi, Renato stava per gettare la spugna, quando, ripassando per il primo negozio che aveva visitato, vide in vetrina una nuova macchina, tutta bianca e lucente, che riempiva l’intero scaffale, solida e maestosa. Si avvicinò quasi guardingo, col timore che quell’abbagliamento fosse solo frutto della lontananza, ma ad ogni passo, la bellezza di quell’oggetto si faceva più nitida nel suo occhio: l’equilibrio tra i pieni e i vuoti era perfetto, come in una scultura antica, la laccatura brillante, la forma fatta perché le mani vi si poggiassero con agio e naturalezza. Ben presto Renato si trovò come un bambino davanti alla vetrina di un negozio di dolci, accalcato al vetro in preda ad uno stupore idilliaco che raramente aveva provato in vita sua. Entrò di corsa nel negozio, chiedendo al commesso se potesse provarla: “Faccia pure - disse - non sapevo nemmeno ce l’avessimo in vetrina”. Renato in realtà non sentì una sola parola di quello che il commesso gli aveva detto: la sua richiesta valeva più come constatazione di un dato di fatto che come reale domanda di permesso, perché anche se gli fosse stato negato, avrebbe in ogni caso preso possesso di quella macchina da scrivere. Fu lui stesso, infatti, a prenderla con cura dallo scaffale, e a porla sul bancone, dopo avervi soffiato con tutta la sua forza per togliere quanta più polvere possibile. Quando iniziò a scrivere, non poté credere di sentire di nuovo sotto le dita la stessa sensazione che provava nelle scrivere con la sua vecchia macchina, e la stessa melodia che accompagnava le sue notti. Senza pensarci ulteriormente, Renato si cavò di tasca tutto il denaro che aveva, e lo lasciò sul bancone, portandosi via in tutta fretta quell’oggetto meraviglioso.
“Signore, il resto…” fece il commesso, mentre Renato era già salito in auto, lasciandolo con varie banconote di grosso taglio in mano. In realtà, nemmeno il commesso sapeva bene quanto avrebbe dovuto dargli, perché non aveva mai visto quel modello di macchina per scrivere, evidentemente piazzato lì da un suo collega. Sapeva solo che il denaro lasciato da quello strano signore era sicuramente troppo: se solo avesse conosciuto l’esatto prezzo di quella macchina da scrivere, non ci avrebbe pensato due volte, una volta fatte le debite sottrazioni, a tenere per sé una lauta mancia, ma il rischio di sbagliare i calcoli, e quello che Renato tornasse indietro a pretendere il resto, lo convinsero a non rischiare il posto di lavoro tanto duramente conquistato. Andò quindi dal suo superiore, dopo aver riposto nella cassa la somma spropositata lasciata da Renato, per raccontare quanto accaduto, con la mezza speranza che il capo gli concedesse di tenere per sé almeno una parte del denaro in più pagato dal vecchio signore. “Signor Nardi” esordì il commesso, facendosi vicino ad un uomo affaccendato su una piccola scala, con la testa tutta protesa su uno scaffale difficile da raggiungere: “Dovrei chiederle una cosa”. Il Signor Nardi mugugnò qualcosa di incomprensibile, il cui suono era frenato e deformato dall’ostacolo dello scaffale e dalle sue stesse spalle, mentre con difficoltà cercava di liberarsi dalla posizione scomoda in cui si era messo. Quando finalmente liberò la testa rossa e spettinata, aveva tutta l’aria di chi si era appena tolto un maglione troppo stretto, incastratosi nelle spalle. Scese, ancora paonazzo e affannato, i gradini della scala, percuotendosi le braccia per scacciare via la polvere accumulata:
“Che c’è, Dino?”, fece senza nemmeno alzare lo sguardo sul giovane. Il commesso lo guardava esitando, ancora indeciso se compiere la malefatta o essere fedele al suo datore di lavoro, che in fondo lo aveva sempre trattato bene. Uno sguardo fulminante del capo, che attendeva una risposta, lo convinse a malincuore a dare ascolto al suo senso di giustizia:
“Volevo chiederle quanto costava la macchina da scrivere bianca che era in vetrina. Un signore l’ha acquistata di corsa, lasciando una somma di denaro ben superiore al prezzo di una comune macchina, e nel caso tornasse pretendendo il resto vorrei essere pronto”.
Nardi si grattò un angolino della fronte, fissando lo sguardo nel niente nel tentativo di ricordare di quale macchina Dino stesse parlando, ma non sembrava venirgli in mente nulla: “La macchina bianca? In vetrina?” “Si, una macchina bianca, una Valentine, credo, con tasti quadrati bianchi anch’essi, e lettere nere”. Il capo non riusciva a fare mente locale: prese con sé il commesso e andò a controllare in vetrina, e con grande sorpresa del giovanotto, lì dove doveva esserci il vuoto lasciato dalla macchina acquistata da Renato, c’era, in bella mostra, una Lettera 22 rossa scarlatta. Il capo si girò con l'aria di chi tiene a freno un'imprecazione con rassegnata pazienza: "Dino, quando vuoi rubare i soldi dalla cassa, almeno inventatene una che regga." Nardi diede un buffetto sotto il mento del commesso, appeso inerme sotto una bocca spalancata in una espressione che voleva essere di stupore contemplativo, ma che sulla faccia spiovente e narcolettica del garzone sembrava solo il segno di una incolpevole stupidità.
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12.6.09
Valentine: racconto a puntate.
Lo scrittore che non sapeva scrivere
Renato Simonetti non aveva mai imparato a scrivere. Meglio, non aveva mai sviluppato la capacità di scrivere con la mano destra, né con la sinistra, fatta eccezione per il proprio nome, al quale aveva dedicato, ormai diciottenne, ore di sforzo nel cercare di creare qualcosa che somigliasse ad una firma, indispensabile quando si comincia ad avere a che fare con la burocrazia. Tutto quello che riuscì a ottenere, però, fu solo una stentata grafia infantile, tutta onde e cedimenti, nella quale la sola O occupava come un capolettera medievale quasi tutto lo spazio a disposizione, schiacciando sul bordo del foglio il resto del nome. Leggendo quella firma insicura, non c’era stato addetto comunale, impiegato di banca o agente assicurativo che non avesse pensato di poter facilmente raggirare Renato, giudicandolo troppo in fretta come un vecchio analfabeta, facile preda di capestri e cavilli. Non era affatto così: benché del tutto a digiuno di penne e quaderni, il vecchio Renato era un uomo colto, raffinato lettore, estimatore di Joyce ed Omero, sebbene quest’ultimo l’avesse letto solo in traduzione. In più, egli era uno scrittore. Un uomo privo di calligrafia che diventa scrittore non è un fatto comune, ma nel caso di Renato Simonetti fu proprio l’amore precoce ed istintivo per le lettere stampate ad impedirgli di allenare le mani ad alcun altro gesto che non fosse la percussione dei tasti di una macchina da scrivere. Un talento naturale, quello del piccolo Renato: già a tre anni, giocando con i cubi alfabetici di legno, era stato in grado di formulare parole sempre più complesse, che meravigliavano e inorgoglivano i genitori, e suscitavano l’invidia di tutti gli alti . Il padre, in particolare, giornalista di una certa fama, saggista e bibliotecario, non poteva che andare fiero di un figlio in cui vedeva le proprie capacità e le proprie passioni esprimersi quasi decuplicate. Fabrizio Simonetti allora prese ad assecondare la straordinaria forza creativa del figlio, riempiendo la sua cameretta di serie sempre nuove di lettere, ora di legno, ora di gomma, perché il piccolo non dovesse mai trovarsi di fronte alla mancanza di qualche grafema durante la composizione delle parole, unica eventualità in cui Renato, bimbo di una tranquillità innaturale, scoppiava in un pianto dirotto che poteva durare per ore. Il continuo rinnovo dei giocattoli linguistici del bambino era necessario perché da un lato Renato imparava a comporre lemmi sempre più intricati, mentre dall’altra Fabrizio, quasi a sancire la conquista di un livello di complessità superiore, prendeva i blocchi usati dal piccolo per comporre “centralinista” o “segmentazione” e li saldava con robuste viti, perché facessero bella mostra in salotto come oggetto di ricordo e di vanto.
Dopo circa un anno di questi giochi, in cui Renato era riuscito persino a comporre la parola “desossiribonucleico”, cavando a Fabrizio le uniche vere lacrime di gioia mai uscite dai suoi occhi, il papà decise che era tempo che il bambino familiarizzasse con la macchina da scrivere che lui usava abitualmente per il lavoro. Renato era sempre stata affascinato da quell’oggetto, la cui sagoma si intravedeva appena dal basso della sua statura infantile, nascosta dallo spigolo del tavolo, ma la cui voce, quel ritmo agile che sentiva alzarsi ogni sera dallo studio del padre, era divenuta la sua ninna nanna preferita.
Un giorno, Fabrizio prese Renato, che placido sul tappeto del salone stava allineando gli amici cubi nella parola “basamento”, perché fosse realmente la base di un castello di parole che nella sua fantasia doveva arrivare fino al soffitto, e lo portò con sé in studio, facendolo sedere comodamente sulle proprie gambe:
“Ora ti faccio vedere una cosa” sussurrò Fabrizio sotto i lunghi baffi, e sollevò il casco di plastica impolverata che proteggeva la sua macchina da scrivere. Renato cominciò a guardare quell’oggetto con fare interrogativo: non era sicuro che fosse proprio quello che vedeva dal basso, la prospettiva gli era inedita e lo confondeva, ma il fatto che vi fossero dei blocchetti neri con delle lettere sopra, glielo resero subito un aggeggio familiare. Con le manine, il piccolo cercò di prendere quei blocchetti neri, come fossero stati solo un’altra serie di lettere da aggiungere a quelle che già possedeva, ma con sua enorme sorpresa, quando toccò i tasti con il suo gesto non calibrato, quatto o cinque martelletti scattarono insieme sul foglio, lasciandovi un nugolo di lettere nere comparse dal nulla: solo il suono gli fu familiare, e gli diede la sicurezza che quello era proprio l’oggetto che gli cantava la canzoncina della buonanotte. “Questa è una macchina da scrivere, Renato: papà la usa come fai tu con le lettere di legno per scrivere le parole. Vuoi provare anche tu?”
Renato voleva provare, eccome. Mentre Mozart alla sua età faceva volteggiare le dita sui tasti anonimi del pianoforte, il piccolo Simonetti scioglieva le sue dita ad una sillabazione sempre più veloce e fluida, finché l’arte della dattilografia non fu sua in poche settimane. Da allora, non vi fu compito, lettera, documento che Renato non scrivesse con l’ausilio della macchina da scrivere, senza la quale egli non aveva alcun altro modo di esprimersi per iscritto, perché nessuno dei suoi parenti, presi dalla straordinarietà del suo talento, si era mai preso la briga di insegnargli a scrivere con l’inchiostro. Da adulto, quello che poteva sembrare un limite divenne l’elemento distintivo del personaggio pubblico che via via Renato si stava costruendo a suon di pubblicazioni, fino all’uscita del suo primo romanzo, intitolato, guardacaso, Lettere, più noto per essere il primo libro di uno scrittore che non sapeva scrivere che per il contenuto. Non che fosse un brutto romanzo, ma l’attenzione del pubblico per il singolare paradosso di Renato pose del tutto in secondo piano sia la trama che le qualità di narratore profuse nella sua opera, che pure si vendette bene. Quando però sulla piazza arrivò Lawrence Bradley, uno scrittore inglese che non sapeva leggere, e che aveva composto un romanzo registrandolo su nastri magnetici, il successo di Renato deperì velocemente come una medusa al sole. Ciononostante, il denaro guadagnato negli anni del successo, nonché le immense fortune ereditate, gli permisero di vivere continuando a coltivare il vizio quotidiano della scrittura, adoperando ancora la vecchia macchina per scrivere di suo padre, divenuta oramai un irrinunciabile legame col suo felice passato. Anni di usura, tuttavia, si fecero ben presto sentire sui meccanismi consunti: i tasti avevano da tempo perso l’indicazione della lettera d’appartenenza, mancanza cui sopperiva la memoria di Renato, e i martelletti andavano via via arrugginendosi, sostituendo il familiare, allegro ticchettio con un funereo e sinistro cigolio. Per evitare che un tasto, alla fine, si spezzasse sotto le sue dita, Renato, pur se a malincuore, decise allora di pensionare la sua vecchia macchina, rendendola cimelio del suo soggiorno, e si decise a comprarne una nuova.
by
Andy Violet
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