23.7.10

Storia di una letteratura


Confesso, vostro onore:
nascosi io quelle poesie
nel corpo del mio amante.
Immagino lo stupore
del medico dell'autopsia
e la mano tremante,
il bisturi incerto
nel leggere un cadavere
come fosse un libro aperto.

Come ho fatto, dice?
Gli misi in gola un sonetto fittizio
scritto per una donna dello schermo,
nella bocca le Satire di Orazio
e nelle guance i Fiori di Mimnermo.

Poi, quando in corpo terminò lo spazio
fu un proiettile a far da punto fermo.

21.7.10

Bere glucosio da un orlo scheggiato


Vorrei parlarti ad un palmo dal volto
come chi nel riflesso dello specchio
cerca di nuovo conferma di un vecchio
difetto, che l’età può avergli tolto.

Vorrei tenerti ad un palmo dal volto
e sentirti ripetere all’orecchio
quelle parole che già da parecchio
la tua assenza ha sottratto al mio ascolto.

Bere glucosio da un orlo scheggiato,
cercare l’ombra di un tronco caduto,
cucire seta a un bozzolo strappato,

credere a ciò in cui mai si era creduto
tentar di leggere un foglio bruciato:
son passatempi di un sopravvissuto.

Foto: Requiem Aeternam, courtesy of azt ©®

Alla memoria di Dodo.

20.7.10

Sonnet 17


Perché mi chiedi di cosa sei fatto?
L'avrai riletto milioni di volte
che i tuoi capelli e le tue ciglia folte
sono di cheratina dolce al tatto,

che il torace, le spalle, il ventre piatto
sono di terra e saliva raccolte
nella mano di Dio. Tante volte
l'ho ripetuto, e non sei soddisfatto

come sentissi che manca qualcosa,
un ingrediente segreto, l'odore
che rende la ricetta più gustosa.

Vero. Per darti il tuo giusto sapore
manca in effetti ancora un'altra cosa:
una cruda manciata di dolore.

Photo: "17" courtesy of azt ©®

27.6.10

Metem-psicosi


Fui un'ameba nel brodo primordiale
ed un erbivoro della Pangea
estinto da una dura era glaciale:
fui poi regina di una città egea,

quindi meteco, vergine e vestale
amata e venerata come dea.
Nel Quindici-Diciotto un generale,
nel Quarantuno, invece, fui un'ebrea

e bruciai viva nei fumi di yprite.
Rinacqui ad Hiroshima, che sfortuna,
la più breve ed intensa delle vite

che ho avuto, io che non ne volli alcuna
io che credevo fossero finite.
E ora son qui, a sprecarne ancora una.

16.6.10

Una i di nome Elisa.

Una povera i di nome Elisa
un giorno fu barbaramente uccisa
da un apostrofo nel solco d’uno iato.
In morfologia non è un grave reato
purché il grafema sia defunto
tagliandogli la testa, o meglio il punto.
Una botta secca, un taglio preciso
e la i di colpo si trovò su in paradiso:
era pieno di vocali morte, che spavento!,
chi per elisione, chi per troncamento
e giravano dolenti nei giardini
che recinti d'apostrofi avenano ai confini
“Com’è” pensò la i
“Apostrofi anche qui?
Proprio loro che ci hanno uccisi?”
Poi capì perché li chiaman Campi Elisi.

14.6.10

Il processo deduttivo


Sparisce nel cuscino
il volto
del mio sposo bambino:
ha assolto con diligenza
ai compiti di una pedagogia
oscena

e ora l'ingenuità che gli ho tolto
con l'abilità nei sillogismi
gli ricompare addosso
perché all'alba
del suo essere uomo
io non sia altro che sagoma anonima
del suo girotondo di carta.
Allora gli dico:
"Ricordati!"
calandogli l'ordine
nell'orecchio
come cera rovente
di Psiche
sul corpo d'Amore.

Ricordati, gli dico:
perché è dalle mie labbra
che sarà dedotto
il bacio dell'uomo
che non avrai sedotto.

26.5.10

Antropolichia (il lupo uomo)

ad Azt

Immagina lo shock
di un maschio alpha
che la luna nuova
ha degradato
a forma umana:
doversi accontentare
della spocchia conversevole
del parlato
al posto del guaito
del soffio
e dell'ululato
ed inspirare aria neutra
lontana dal gusto della mattanza
e delle femmine più recettive.

A pranzo, assaggia
quasi schifato
le rigagne secche
di un carpaccio
mentre ridicolo
si muove con l'impaccio
delle cinte
e delle scarpe
e dell'assurda distinzione
tra le zampe,

ma adesso
con la sua nuova intelligenza
sa diagnosticarsi da solo
un cuore in crisi di rigetto
che scava come un evaso
col cucchiaio nel suo petto.

Foto: "Wolf" di Azt (2010)

25.5.10

A Samuel Morse (Fine di un amore).



No Morse I love you's


Di ritorno
dall'ufficio dei brevetti
trovai già sul letto
il primo telegramma:
era il tuo abbandono.

Avevi imparato per bene
la mia lingua di scatti
ed incisioni
ascoltando silenziosa
e mandando a memoria
la metrica statica
delle convenzioni,
armata com'eri
di distrazione
e tisane senza fondo.

Ora capisco:
ti è tornato utile,
non sapendo scrivere
il pianto,
battere con padronanza
questo codice
di pause e singhiozzi.

21.5.10

Atto e potenza: sonetto genetliaco per Marco Palasciano


E' strano il meccanismo del ricordo:
svolge come un antico fregio greco
il rimbalzo sbiadito, quasi sordo,
di una sommessa e interminabile eco.

Permane scomparendo, il ricordo,
come la luce negli occhi di un cieco
o come l'onda gelata di un fiordo
e chiede sforzo che è quasi uno spreco.

Ma se dell'uva resta ombra nel vino
e in terra i fossili dei dinosauri
spero non sembri troppo peregrino

se scorgo in te ancora quel bambino
preso da anatomie di centauri,
genio acerbo, già conscio del destino.

(Foto: estratto da un incompiuto trattato di mitologia, parte V. «Le bestie mitologiche», ultima pagina del cap. 1. «Gli esseri giganteschi», con due illustrazioni relative al cap. 2. «Gli esseri equini». 1982, 1983? di Marco Palasciano)