19.11.09

Il compleanno di Albert Camus (Sotto il segno dello Scorpione)


Di ciò che di me stesso potrei dire
quasi mai scelgo la cosa migliore.
L'un dopo l'altro conto ogni mio errore
e l'elenco non sembra mai finire:

chiuso, invidioso, preda di folli ire,
ed incline al più cupo odio e al rancore,
al culto macabro del mio dolore
che dei miei sbagli si sa ben nutrire.

Mi chiedo se un'accorta chirurgia
potrebbe regalarmi un po' di oblio
se un bisturi saprebbe tagliar via

la carne del ricordo più stantio
e ricrearmi dopo un'amnesia:
ma di due carni, quale sarei io?

Testo: Andy Violet
Foto: Hotb

12.11.09

HUECO - Living in a bathroom - Sognando l'amore



Gli Hueco sono un duo. Nell'autodefinirsi, ripropongono il bilanciamento ormai archetipico tra una pars apollinea, razionale, logica, rappresentata da Nino Velotti, ed una dionisiaca, analogica, aperta all'imprevisto e all'improvvisazione della performace, rappresentata dall'istrionico Vittorio Esposto. Una dualità che sembra suggerita anche dei loro cognomi: Velotti, che rimanda all'immagine di una vela, che cattura in rotte prestabilite l'aleatorietà del vento, ed Esposto, messo in bella mostra, offerto (o imposto?) agli occhi. Certo, è una visione approssimativa, che sopprime la ben più profonda complessità personale di Nino e Vittorio, ma è una semplificazione funzionale dell'orizzonte pop in cui il loro disco trova piena collocazione. Un pop alto, certamente, volendo seguire le ulteriori stratificazioni di quello che si avvicina a divenire un "non-concetto", che assomma in sé atti di imbarazzante banalità artistica, prodotti di mestiere e piccoli fiori di ingegno. Living in a bathroom - Sognando l'amore si pone proprio fra questi ultimi: dietro ogni canzone c'è l'impegno pluriennale di scrivere qualcosa di semplice, ma non facile. Sono quelle io chiamo "canzoni-ponte", dal facile accesso, ma dalla costruzione ingegneristica, proprio come l'analoga opera architettonica. Come gli architetti medievali, che usavano il marmo del Colosseo per scolpire nuove opere di ingegno, gli Hueco si muovono nella confluenza di retaggi eterogenei, musicali e letterari, mescolati col gusto raffinatissimo del surmoderno, che contamina di elettronica il bel canto stuggente del cantautorato anni 60, salvato dall'estenuante manierismo che ne attanaglia le moderne riproposizioni attraverso un recupero filologico, attento più al mood che agli stereotipi di genere: revisione cosciente e coscenziosa di un'eredità spesso ingombrante della musica italiana, che si apre ad un immaginario sonoro da salotto senza pareti, musica da interni che dosa sapientemente un sapore estetizzante, e, perché no?, decadente, in cui la decadenza è sgretolamento, decomposizione organica del già visto e sentito, da cui con caparbietà gli hueco riescono ad allestire uno spettacolo nuovo e suadente.

2.11.09

Per voi e per gli amici, Mutae Divae


Mentre prende corpo un secondo progetto poetico, il mio esordio si ripropone a metà prezzo. Il portale on line Libri Co. Italia, infatti, offre il 50% di sconto su Mutae Divae, la mia prima silloge, risalente al 2007. Se da quanto leggete in questo blog, pensate ne valga la pena (s'approssima anche il Natale!) cliccate pure qui

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Parole, che trovate QUI

31.10.09

L.R.Carrino "Pozzoromolo" Meridiano Zero 2009


Qualche giorno dopo l’uscita del secondo romanzo di Luigi Romolo Carrino, qualcosa sembrava non essere andato per il verso giusto. L’editore scriveva allarmato allo scrittore, per il disinteresse che sembrava circondare l’opera, preoccupato che l’impatto con la materia inusuale del libro avesse suscitato perplessità nei critici, che avevano forse negli occhi ancora lo stupore per Acqua Storta. Per tutta risposta, Carrino ha pubblicato su Facebook il carteggio, rendendo espliciti i dubbi riguardo la sua opera, ma anche liberandola dallo scomodo confronto con la sua opera prima. Pozzoromolo è una sfida durata vent’anni, che non può contare sull’appeal di un argomento vergine, come quello dell’omosessualità nella camorra, che, senza inutili pudori, ha contribuito certamente a suscitare attenzione sul libro, a prescindere dalle indubbio spessore dell’autore. Sarebbe stato semplice, ora, battere ancora il ferro caldo di un filone narrativo orginale, ma Carrino non si accontenta certo di questo: decide allora di dare corpo ad un libro completamente diverso, in accordo col suo spirito da belva della guerriglia culturale, che non le manda certo a dire al piatto estetismo formale dei cosiddetti nuovi autori. La copertina del libro vi restituisce l’immagine ambigua di una ragazza: è uno dei volti possibili di Gioia, un suggerimento, un aiuto per dare una fisionomia ad un personaggio sovraccarico di immagini e di immaginazione, e per questo difficile da rinchiudere nel confine angusto di un corpo, di un volto. Eppure Gioia non è un fantasma. Il suo è come il racconto delle cose che si fa ad un cieco, per il quale la terra è la sua granulosità, il sole è il suo calore, l’amore è la pressione dei corpi l’uno sull’altro. Carrino, che riesce nell’impresa di essere Carrino e di non scimmiottare Carrino, adotta una strategia formale ibrida, come lo è il suo personaggio: prosa che ruba alla poesia l’incertezza della memoria e dell’essere, una densa concrezione emozionale che gioca in paziente lavoro di fratture. Per narrare Gioia, l’autore parla come lei, nella lirica perenne che è la lingua del disagio e dalla transizione. Non si può scrivere di tutto allo stesso modo: la lingua, i suoni, sono il corpo di un’idea, e pretendere di esprimere tutto con la stessa raffinata litania che tanto piace al lettore, che lo fa sentire colto e pieno di gusto, significa appiattire il pensiero. E’ un parere espresso dallo stesso Carrino, che tiene fede a se stesso in Pozzoromolo, in cui indaga lo spettro espressivo della parola umana, fatta di pause, interruzioni, esitazioni, lucide e improvvise esplosioni di senso: un libro che non vuole conquistarci, ma vuole essere conquistato, come una Pietà Rondanini, nella grammatica non accondiscendente dell’anima.

24.10.09

à quoi ça sert?


Qualche giorno fa, il cardinale Antonelli, durante una lectio magistralis, si è chiesto retoricamente quale beneficio apportino le coppie omosessuali alla società, un tema classico delle argomentazioni cattoliche contro il riconoscimento della tutela delle unioni tra persone dello stesso sesso, argomentazioni che tentano di uscire dalla stretta logica confessionale che le sostiene, cercando di allargarsi su un piano etico presentato come universale, al fine di apparire legittime anche avulse dal contesto rivelatorio di cui si nutrono. Il nocciolo è cercare di slegare i teoremi dai polustati che li originano, operazione razionalmente impossibile, ma linguisticamente attuabile: secondo questa logica, si cerca di far credere che l'omosessualità sia un male sociale, in quanto non riprocreativa. Cito testualmente:

"Quale contribu­to danno le coppie omo­sessuali alla società? Perché la società dovrebbe riconoscerle giuridica­mente? Forse soltanto perché lo de­siderano? Ma allora perché non ri­conoscere anche altri desideri come l’amore di gruppo, la poligamia, la poliandria?"

Un simile ragionamento si basa sul postulato che l'unione monogamica tra uomo e donna sia alla base di ogni società, ed intende per società un'entità astorica: un'affermazione palesemente insostenibile se si esce dall'alveo biblico e si entra nel campo più pertinente della sociologia. Eva Cantarella ha dimostrato che la società greca è incomprensibile se non si ammette la bisessualità come suo valore fondante, e allo stesso modo vi sono tuttora società poligamiche, poliandriche, endogamiche e orgiastriche. Ma volendo stare al gioco, caro Cardinale, le ribalto la domanda: il fatto che una categoria di persone non contribuisca alla società con la riprocreazione non coinvolge anche la castità cattolica? volendo fare un ragionamento abberrante alla Renato Farina, usando il suo punto di vista non è più socialmente utile una prostituta con dieci figli avuti da dieci uomini diversi che un prete? Sa, in questo i fascisti erano più coerenti: i bastardi non esistevano, c'erano solo i figli della lupa.

23.10.09

Metti una sera da Ubik


Trovai la libreria a dispetto delle indicazioni stradali. Me le aveva date poche ore prima Edgardo, mentre si alzava dal tavolo del ristorante, nascondendo con un guizzo di perentorietà il dubbio che lo prende ogni volta che qualcuno, per ignoranza o costrizione, deve affidarsi alle sue mappe mentali. Gli vidi roteare gli occhi pastosi come le ghiere di una bussola nautica sorpresa da una tempesta magnetica: smazzava nella testa i toponimi dei vicarielli, in una ricostruzione ideale di Napoli che includeva Atlantide ed Eldorado, Nubicuculia e Ur finché, sebbene indeciso tra la Ziggurat di Susa o l’obelisco di San Domenico, decise saggiamente di usare quest’ultimo come punto di riferimento per indicarmi il luogo dell’appuntamento. Arrivai per primo, spinto da un atavico inculcamento di mia nonna, che mi aveva insegnato a preferire alla puntualità i larghi anticipi, unica arma dell’uomo contro le bizze di un destino capriccioso: “E se si scassa la macchina? E se fai un incidente? E si rummani bloccato ind’o traffico? E si vene a cchiovere forte?”. Il suo insegnamento aveva fatto tanta presa su di me che cominciai, col tempo, ad aggiungere al suo campionario di alleati del ritardo ulteriori eventualità, sempre più remote, ma che nell’ansia dell’appuntamento mi parevano plausibili quanto una gomma bucata: invasioni bibliche di locuste e cavallette, bombardamenti nucleari, un epidemia fulminante di ebola, ed altre catastrofi da tv movie americano, da cui mi consolava solo il pensiero di avere una scusa originale a giustificare il mio eventuale ritardo. Anche quella sera, dunque, mi arrampicai cuoncio cuoncio per la salita di Mezzocannone, adottando l’andatura della sposa sulla marcia nunziale: passetti veloci intervallati da pause solenni, che avevo scoperto essere la tecnica migliore di avanzamento su salite sconnesse, in grado di conciliare una certa velocità di crociera con l’esigenza di non sudare e di non lussarsi le caviglie nelle fughe delle vasule, più infide delle mine antiuomo. Tirai un sospiro di sollievo quando vidi aprirsi di fronte a me di moto cinetico volontario le porte a vetro della libreria, liberando nella frescura pungente della prima sera il calore ligneo della carta ammassata, riscaldata dalle rapide scorse dei clienti indecisi. Tra questi, anche un mio collega della specializzazione, fisso nello scaffale di Filosofia, mentre sorreggeva in petto il frutto della sua insperata congiunzione carnale con una donna: credo stesse cercando una versione illustrata del Capitale, giusto per indottrinare la pargola sin dalla culla (che presumo sia rigorosamente in legno di tundra). Mentre fantasticavo su come potesse suonare Bandiera Rossa in versione xilofono neonatale, mi si approssimò quell’anima candida di Riccardo, disegnato alla perfezione in un giubbetto di tuta blu navy del tutto simile al mio, ma che faceva tutt’altro effetto poggiato sul canone policleteo del suo busto e sulla falcata saettante del suo incedere. Solo un burqa mi avrebbe salvato dall’ingrato confronto, se non fosse in seguito intervenuto Marco a oliare il grippo tortuoso della mia autostima attribuendomi, quella sera, un alto tasso di sex appeal. Per la gioia di un Carrino evidentemente terrorizzato dalla possibilità che Marco riproponesse in pubblico l’ennesima dichiarazione d’amore orfico nei suoi confronti, Il Palasciano era giunto, come suo solito, modicamente zompettante, attento a non superare quella certa soglia di entusiasmo che avrebbe potuto smascherare il bieco fingimento del suo ginocchio infermo, da mesi viatico personale per lo scrocco ad libitum delle agevolazioni più varie. Anche in quell’occasione Marco non mancò di far valere la sua disabilità, scorciando alla bisogna la gamba dei calzoni per mettere in bella mostra il tutore color carne che fasciava l’articolazione, tesa parossisticamente a simulare una rigidità patologica. Il premio per quell’interpretazione fu una sedia in plastica rossa, sulla quale il Palasciano si adagiò mollemente circondato da me, Luca Mercogliano e suo amico barbuto, in qualità di bue, asinello e San Giuseppe addetti alla veglia del puer aeternus. Ma un malumore colse d’improvviso il bambinello peloso, che s’agitò dal suo comodo giaciglio, lamentando di non vedere una beneamata mazza, se non schiene di cappotti di varie fogge e colori: sceso dallo scranno in plastica, prese a brandirlo come ariete, percuotendovi più volte il suolo come Mosé sul promontorio del Mar Rosso, in attesa che la folla della minuscola saletta si aprisse in un mistico miracolo di compressione sulle pareti. A farne le spese fu una delle organizzatrici, colpita nell’incavo del ginocchio da una gamba metallica della seduta. Acquietata che fu la capelluta mina vagante, la presentazione ebbe inizio: ma questa è un’altra storia.

22.10.09

Philosophy for Children: Recoil

Dopo lo scisma anglicano del XVI secolo, sembrava quasi che nessun'altra drammatica divisione avrebbe potuto scuotere la serena quiete isolazionista del Regno Unito. E invece, obbedendo alle imprevedibili leggi della storia, nel 1995 un altro dramma dissociativo si consuma a Basilidon, il natio borgo selvaggio dei Depeche Mode: Alan Wilder, membro aggiuntivo reclutato in sostituzione di Vince Clarke che già aveva abbandonato la formazione per più confacenti lidi solisti, segue le orme del suo predecessore, distaccandosi da un quartetto in forte crisi motivazionale dopo il massacrante tour di Songs of Faith and Devotion. Alan, reduce da un incidente aereo che avrebbe potuto costargli la vita, si rifugia in Recoil, il progetto solista avviato nell'86 sotto la spinta di Daniel Miller, già produttore dei Depeche, affascinato dalle produzioni parallele di Wilder, che solo di rado hanno fatto capolino negli album ufficiali della band, dominati dall'istinto creativo di Martin Gore. Eppure, gran parte del tipico sound dei Depeche Mode è stato elaborato proprio da Alan: la cesura provocata a livello stilistico dal suo abbandono appare evidente anche ad un ascolto superficiale di Songs of Faith and Devotion e il successivo Ultra, scritto e registrato dai membri superstiti nel 96, e marcatamente più minimalista. La prova del nove è data dai lavori dei Recoil usciti dal 97 in poi, a partire da Unsound Methods, in cui Alan sviluppa le atmosfere dark innestate su ossatura blues che erano il perno centrale di Songs of Faith and Devotion. Per i puristi dei Depeche Mode, Recoil è ciò che avrebbe potuto essere del quartetto se fosse rimasto tale sino ai giorni nostri: voi siete d'accordo? Fatevi la vostra opinione ascoltandoci oggi alle 18 su Radioflo.it con lo speciale dedicato ad Alan Wilder

21.10.09

De vulgari eloquentia


Tra i doveri più sgraditi imposti dal desiderio di salvaguardare la propria coscienza dalle minacce della cattiva informazione, vi è quello di sottostare alla visione urticante dei baluardi e degli alfieri del ciarpame propagandistico, davanti ai quali deve sorreggerci un intento, per così dire, diagnostico, non dissimile da quello del medico che voglia curare con successo una malattia feroce ed intrusiva. Talvolta, dunque, mi impongo una sorta di parziale cura Ludovico, nella quale costringo i miei bulbi e i miei timpani a raccogliere un insieme eterogeneo di castronerie su argomenti di varia natura, accomunati dal crisma dell'attualità. Tre, in buona sostanza, sono le tipologie di affermazioni che attraversano gli altoparlanti del mio modesto sedici pollici: in primo luogo, quelli che Kant chiamava giudizi analitici a priori, ovvero le banalità, le tautologie, i modi dire assurti a rango di verità universali per quanto assolumente inuliti. Tra gli apoftegmi di questa categoria si contano veri e propri gioielli dell'umano intelletto come "Un gay è un omosessuale" o "Non tutti gli extracomunitari sono neri", vibrati dal vocino svampito dell'immancabile starlette di turno, avida di gettoni di presenza e prodiga di cosciume a buon mercato. In secondo luogo, la solenne stupidaggine, quella affermazione apodittica che non ha alcun riscontro nel reale, ma attinge da credenze confessionali o da vulgate di vario genere: assieme ai giudizi analitici a priori rappresentano il massimo dell'espressione per la starlette di cui sopra, sebbene questo tipo di esternazioni sia campo d'azione elettivo per i sicari delle ideologie. Questi ultimi, prima di pronunciare in modo più o meno violento l'ipse dixit, si premuniscono con gesuitiche professioni di rispetto universale, riuscendo nel difficilissimo gioco di prestigio di smentire ciò che dicono mentre lo dicono. La terza tipologia, infine, è rappresentata dalle affermazioni dotate di logica intrinseca e di credibilità, aderenti ai fatti in questione. Cosa dite? Non ne avete mai sentita una? Di certo è un problema di ricezione, giacché posso assicurarvi che la televisione italiana ne trasmette costantemente, ad ogni ora e su ogni sezione dello scibile umano: solo che sono in formato ultrasonico, udibile solo ai cani.

19.10.09

Nomen Omen


Nella drammaturgia classica, i personaggi avevano spesso nomi parlanti, nomi, cioé, che ne denunciavano sin dalle prime scene il carattere, il destino, la funzione. Così, i piedi gonfi e bucati diedero nome ad Edipo, incarnazione della zoppia della specie umana, che a stento si regge sulla provvisorietà della propria condizione; Medea, infanticida, strega, elaboratrice scaltra e inarrestabile, traeva il nome dal verbo medéiomai, "macchinare"; lo stesso Omero rivelava le sue orgini mitiche nel nome, derivante dalla locuzione o mé oròn, "il cieco", per quell'archetipo ancora vitale che attribuisce a chi è privo della vista delle cose terrene una più forte inclinazione all'invasamento divino. E' stato interessante scoprire che nella contemporanea tragedia parlamentare l'uso dei nomi trasparenti non è affatto venuto meno. Prendiamone, ad esempio, una delle ultime protagoniste, Paola Concia, il cui nome è la terza persona nel verbo conciare, cioé trattare le brute pelli animali perché diventino abiti civili: anche lei ha tentato di coprire la sconcia voluttà priapistica di certi parlamentari inselvatichiti con il drappo della civiltà. Purtroppo, però, un simile accessorio non s'intona né con la pochette verde, né con mitra e pastorale, a quanto pare.

15.10.09

Sette piccole differenze


Quanto sto per riportare, lo trascriverò a memoria, senza riportare i particolari, la cui esattezza non aggiungerebbe altro orrore a quello già infinito che suscitano simili parole:


"Un istituto di cura per disabili costa allo Stato circa 5000 marchi al mese: quanti stipendi per tedeschi sani potrebbero essere pagati con quella cifra?"

Quanto segue, invece, sarà fedele all'originale:

"Per me uccidere una persona è il delitto peggiore che esista, grida vendetta al cospetto di Dio. E non dovrebbero esistere graduazioni. Ma a lume di buon senso, quanto al danno sociale, siamo sicuri che sia più grave uccidere un omosessuale single che un padre di famiglia?"

Il primo testo riassume la sostanza di un problema di matematica proposto in un sussidiario scolastico tedesco durante il Terzo Reich: era nell'aria il mostruoso progetto T4, ovvero la soluzione finale pensata dal Nazismo per l'eliminazione definitiva di malati, disabili fisici e psichici, progetto mai ufficialmente varato, ma di fatto confluito nel più vasto carnaio dei campi di sterminio. Il secondo proviene dalle colonne de "Il Giornale", redatto pochi giorni fa da Renato Farina, ex giornalista, in quanto radiato dall'ordine, eppure messo ancora in condizione di firmare un articolo su un giornale nazionale.

Adesso prendete una matita, e segnate le sette piccole differenze tra i due testi. Difficile, eh?