Nell'antico teatro greco, tutti i tragediografi erano tenuti a rispettare una regola fondamentale, alla base della missione educativa affidata a questa forma d'arte: gli atti di violenza, di crudeltà, di efferatezza, che pure erano il motore dell'azione, non dovevano mai avere rappresentazione diretta sul palcoscenico. Avvenivano nello spazio immaginario delle quinte, e giungevano semmai al pubblico tramite le parole di uno o più personaggi. Una tradizione etimologica (sebbene non rigorosa) ricollega proprio a questa caratteristica del teatro antico la radice della parola "osceno", nel senso di "ciò che avviene fuori dalla scena", escluso alla vista, protetto da una forma di pudore del dolore che, probabilmente, non sappiamo più riconoscere.
Scrivere di mercificazione del dolore, di strumentalizzazione del dramma, di compravendita delle lacrime in un epoca che ha canonizzato come inconveniente funzionale dell'informazione l'identificazione tra cronaca e voyeurismo, mi farà certamente apparire come un vecchio e forse un po' banalotto moralista, uno che si ostina a non capire come va il mondo e a brandire desuete scale di valori. Eppure, talvolta, ci si ritrova di fronte a certi eventi che scuotono nel profondo l'avvizzita assuefazione alle forme di manifestazione di dolore televisivo, anche in un contesto etico svilito e martoriato dall'Avetranesimo.
E' successo sabato scorso, nell'edizione delle 13:30 del Tg2: tra i tanti servizi dedicati al disastro di Genova, viene proposta un'intervista di Daniela Orsello ad un adolescente, poco più che bambino, salvatosi miracolosamente dall'alluvione, ma che nella tragedia ha perso la madre. Il paradigma classico della cronaca insensibile e irrispettosa, quella che, per intenderci, chiede candidamente alle vittime di immani tragedie come si sentono, viene di gran lunga superato nei pochi minuti dell'intervista: si chiede al bambino "Hai avuto paura di morire?", o "Dov'era tua madre?", costringendolo a ricostruire momenti di sofferenza atroce, finché il piccolo non scoppia in lacrime. Ed io insieme a lui.
L'indignazione della rete ha costretto poi Masi, direttore della testata, a diramare nell'edizione delle 20:30 un messaggio di scuse per aver urtato la sensibilità del pubblico. Non è tuttavia al solo pubblico che tali scuse andavano fatte, ma al ragazzo, violato nella sua sofferenza quando più era indifeso. Poco importa che la famiglia avesse acconsentito alle riprese (quale lucidità si può avere nel pieno di una tragedia che ti ha tolto tutto?), né, come ha dichiarato la Orsello, che l'intervista non fosse stata cercata di proposito: si è comunque approfittato della fragilità di un innocente, che lo si sia fatto per maligna volontà o, ancor peggio, senza rendersene conto, dominati da una cieca insensibilità.
Ho pianto anche io, dicevo poche righe fa. Se un senso vogliamo dare al pianto disperato di quel bambino, ora che è stato ormai esposto, portato a forza in scena, vorrei fosse l'averci liberato, almeno per un istante, dal patetismo meccanico della tv del dolore, dalle prefiche dei salotti pomeridiani, restituendoci la commozione autentica ed empatica, l'epifania dell'umano in mezzo ai denti aguzzi degli sciacalli.






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2 commenti:
Ho visto il materiale, non l'ho trovato strumentalizzante: e' una intervista cruda, la giornalista aveva il dovere di raccoglierla. Gli editori sono i responsabili della pubblicazione, semmai: curioso che il direttore (che e' il responsabile) si scagli contro la giornalista che ha fatto il suo dovere: lei raccoglie e l'editore edita e pubblica: cosi' funziona. Io non lavoro in TV ma faccio il fotografo all'estero e spesso mi accade di riprendere scene raccapriccianti: e' mio dovere raccontare la verita', il mio editore valutera' se il materiale e' opportuno o no, se ha le autorizzazioni ecc. Ma io devo riprendere, guai se non fosse cosi'. Quindi esprimo solidarieta' alla giornalista e il cordoglio per la vittima e la famiglia. E' stata una tragedia immensa.
Una volta aborrivo la frequentazione dei salotti delle zie. Quelle raccolte di donne che si sedevano in cerchia sulle sedie a sospirare talvolta in silenzio talvolta caricate a mille nel raccontare il tutto di tutti. Si chiamava pettegolezzo. "Il paese che mormora". I giovani una volta fuggivano da queste litanìe . Oggi inseguiti dalle TV e dai loro campioni professionali non è più il paese che mormora ma tutta la città. Da chi e dove sarà possibile fuggire?
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